Ordine dei Cavalieri Bianchi del Principato di Seborga
Riflessioni del Priore Generale in occasione della Santa Pasqua 2025 AD
LA GIOIA DI RITROVARE DIO
Nella quarta domenica di Quaresima sono stato colpito dal brano evangelico di San Luca noto come ‘la parabola del figliol prodigo’. La storia inizia alquanto male: “Il figlio più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta”. Solitamente l’eredità arriva con la morte del genitore. Ma qui il figlio più giovane non voleva aspettare, la pretendeva… e la ottenne. Poco dopo il figliolo partì senza dire nulla circa la propria meta.
Luca ci informa che dopo varie peripezie il figlio ingrato, altezzoso e dalle mani bucate, dopo avere toccato il fondo si ravvide dei propri errori. Egli decise così di invertire la rotta e di ritornare in quella casa dalla quale aveva voluto allontanarsi. Noi siamo certi che in quella casa, oltre al cibo e a un letto, ci fossero anche degli affetti che tuttavia la sua superbia ed alterigia non gli avevano lasciato vedere.
Quel giovane ragazzo che se ne era andato di casa sbattendo la porta, ora la cercava. Cercava anche questo padre che probabilmente aveva considerato un duro in quanto avrà preteso un certo comportamento. Il giovane lo avrà considerato un comandante, un soggetto impossibile forse perché teneva sotto controllo la gestione della casa, fatto necessario al fine che nulla mancasse ai propri figli.
Questo figliolo, dopo avere dilapidato tutta la sua parte di eredità ed avere svolto lavori umili, si era ridotto a cercare l’affetto nelle prostitute; la sua situazione era così tragica che “avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava”.
Dopo avere maturato il convincimento di tornare a casa e resosi conto dei propri sbagli pensava a che cosa dire al padre quando lo avrebbe incontrato: “non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni”.
Del padre Luca ci dice: “Quando era ancora lontano il padre lo vide”. A questo punto, chiudendo per un attimo gli occhi, ‘ho visto’ questo padre, estremamente commosso, correre incontro a quel suo figlio che lo aveva deluso così tanto. A braccia aperte, lo afferra, lo stringe e lo bacia. Ma non si accontenta degli abbracci infatti dice ai servi: “Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.
Questo racconto potrebbe finire qui. Ma ciò non accade. Quello che sembrerebbe un comportamento paterno ovvio viene vissuto dal fratello maggiore estremamente male. Questi si sarebbe aspettato un padre arrabbiato. Avrebbe preferito che il padre avesse accolto il fratello a male parole. Forse si sarebbe aspettato una bella ramanzina, forse anche qualche ceffone.
Gesù non ci propone una soluzione, ma ci lascia difronte a questo dilemma la cui soluzione non è solo questione morale ma bensì teologica. Perché trattare bene uno che ha tradito la fiducia, che ne ha fatte di ogni e non avere fatto festa a chi non ha mai creato problemi?
Le parole del figlio maggiore sono sensate: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio (badate: non lo chiama fratello) che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».
Il padre sa bene che il figliolo ha fatto sbagli, uno dietro l’altro, che ha perso tutto … ma ha capito che qualcosa gli è rimasto nel cuore; gli è rimasta l’umanità, la capacità di rivedere alcune scelte fatte, la capacità di fare autocritica, di dire “ho sbagliato” e di prendere la decisione giusta.
Nella parabola il padre manifesta tutta la sua misericordia e il figlio prodigo merita di riceverla e di essere perdonato. Infatti per ottenere misericordia bisogna assolvere due momenti fondamentali. Per prima cosa abbandonare la superbia, munirsi di umiltà e riconoscere i propri errori. Ma ciò non basta. Bisogna volere realmente tornare alla casa del padre. Per queste due ragioni il figlio “prodigo” è perdonato.
Da questa parabola apprendiamo che ciascuno di noi, dopo avere riconosciuto le proprie colpe, deve desiderare la propria casa ed in particolare il Paradiso come propria dimora ultima. Il secondo passaggio è ammettere che Gesù Cristo si è fatto uomo e dopo essersi fatto carico delle nostre colpe, è morto sulla croce per poi risorgere.
Dalla parabola apprendiamo che il figlio maggiore ha avuto la fortuna di avere un padre ed una casa ma non se ne era accorto mentre il figlio minore si è accorto del padre e della casa solo dopo avere perso entrambi. Le parole di Gesù ci fanno capire che entrambi i figli devono cercare il padre e devono accettare il fatto che il padre dia ad ognuno secondo necessità. Se il figlio minore ha ritrovato il padre quando stava per perdersi, anche il figlio maggiore deve ritrovare il padre. Questi deve comprendere che averlo avuto lì accanto a sé tutto il tempo deve essere fonte di gioia; questo è già un premio. “Tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo” per cui: perché preoccuparsi?
Ecco pertanto che la gioia, per noi Dame e Cavalieri, nasce dal “ritrovare” Dio, dall’accorgersi di quanto Egli abbia fatto per noi, di quanto ci abbia amato. È grazie al suo amore che Gesù è stato generato ed inviato per liberarci dal male. Ma questa gioia è solo per chi sia disposto a desiderarlo come Padre.
