Essere Cavalieri, oggi.

Dr. Diego Beltrutti, medico chirurgo, Gran Priore dell'Ordine

Da quando sono stato posto nel ruolo di Priore dell’Ordine ho riflettuto a lungo al fine di dare risposte concrete a coloro che mi chiedono, con finalità diverse che spaziano da un interesse vivo e sincero alla pura curiosità, quali siano le ragioni per cui un soggetto adulto, con impegni familiari ed una professione,  ad un certo punto della sua vita “debba” entrare a fare parte di un Ordine cavalleresco. 

Credo che a volte i sacerdoti stessi si pongano le medesime domane. Anche in questo settore le risposte non sono univoche e spesso scettiche. Vediamone alcune: “esistono già così tante associazioni, confraternite, gruppi di preghiera, all’interno della Chiesa per cui non si capisce la necessità di andare in chiesa portando sai, mantelli e spadoni”.

La Chiesa riconosce già due Ordini cavallereschi quali l’Ordine dei Cavalieri di Malta e l’Ordine del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Perché mai uno dovrebbe entrare in un altro Ordine “non riconosciuto?”

Trovo che queste risposte abbiano un poco di comicità. E come chiedere ad un giovane che  vuole entrare nell’Ordine Domenicano perché non entra in quello Francescano. Esistono linee, percorsi, aggregazioni, chiamate che spesso sono misteriose e che solo la Provvidenza può interpretare, pur nelle sue apparenti, insite, illogicità.

Penso che in molti, nella società profana, siano convinti che militare in un Ordine cavalleresco equivalga ad una carnevalata, un qualche cosa di anacronistico, forse un poco gogliardico. Certamente lo sono coloro che appartengono al mondo dell’ateismo, dell’agnosticismo, del materialismo. Ma anche nel mondo religioso non mi stupirei dell’esistenza di sacerdoti, magari impegnati molto nel sociale e con una visione della società di tipo anti tradizionalista post conciliare, che non ci vedano di buon occhio.

Siccome io non vedo nulla di ludico in quanto l’Ordine sta facendo, non prendo per nulla sottogamba queste valutazioni ed anzi provo a ragionarci e lavorarci su.

La prima domanda che dobbiamo porci è: “possiamo noi confutare queste allusioni, questi pensieri espressi a volte in modo esplicito ed a volte larvato e dire che la nostra è una appartenenza convinta, calata nel profondo dell’essere, direi quasi marchiata nella pelle e non solo un evento appartenente al mondo dell’apparire e del fatuo?”

La risposta a queste domande è profonda e personale. Tutto deve nascere con una chiamata; si deve percepire che è avvenuta o sta avvenendo una svolta nella vita. La militanza pertanto non può essere spenta, opaca, grigia, occasionale, del tipo “quando ho tempo vado”. In questo caso si tratterebbe di una militanza di comodo, fasulla, apparente e non reale. Non sarebbe neanche un gioco ma una tragedia, per tutti.

Si è Cavaliere quando si è cavaliere anche al di fuori delle riunioni ufficiali con cappe e spade, quando ci si sente il saio bianco e la croce patente sul petto cucita addosso. Quando queste condizioni ricorrono, si è cavaliere e non si fa il cavaliere. L’essenza del cavalierato la si può ricondurre alla presenza di tre requisiti: fede incrollabile in Cristo, obbedienza, umiltà.

Nella società occidentale contemporanea molti valori sono in discussione e la società attraversa un periodo crisi, non solo economica. Le ideologie, la religione, la morale e la famiglia sono concetti ritenuti da molti “retrò”. Al contrario il tribalismo, il settarismo, ma anche il “look” cioè l’apparire e la “play station” paiono essere gli interessi principali dei giovani.  

Il cavaliere ha un rapporto immutabile con la fede: passano i secoli, cambiano usi, costumi, ma la figura ed il messaggio di Cristo restano centrali. Per noi la guida è e resta quella di San Bernardo. In particolare il suo messaggio dedicato ai cavalieri racchiuso in quel prezioso libro che si chiama:  “De Paupera Militia Christi”.

Io credo che oggi al cavaliere debba essere richiesto principalmente la testimonianza di fede in Cristo, in ogni ambito e circostanza e specialmente nell’ambito di lavoro, così come in famiglia e nel sociale.

Ci siamo tutti accorti che la chiesa cattolica ha problemi: che vi è mancanza di vocazioni, carenza di religiosi, che molte parrocchie vengono gestite “a scavalco”, che molti missionari sono richiamati in Italia, che le chiese spesso sono frequentate da anziani, che molti giovani preferiscono fare altro piuttosto che andare a messa.

Io prego che la chiesa, attraverso i suoi sacerdoti ed i suoi vescovi, ci stia vicino, ci aiuti e non ci abbandoni.

La fede mi dice che lo spirito santo ci indicherà la via per essere riconosciuti come associazione privata di fedeli. D’altro canto : quando un adulto, spesse volte sposato, decide entrare nell’Ordine e di professare pubblicamente, in chiesa, nel corso di una cerimonia appositamente dedicata, la propria fede in Cristo in intima unione con la Chiesa ed il Papa e la volontà di difenderla sempre e ad ogni costo, credo che non ci possano essere altri sentimenti se non di gioia.

Qualcuno, tra l’ironico ed il sarcastico un giorno mi ha chiesto: “ma voi volete realmente tornare a Gerusalemme? Ma volete fare un’altra Crociata?” Io credo che quanto espresso dal “Doctor mellifluus” valga ancora oggi. Certamente noi siamo per il dialogo, per la via pacifica, per l’applicazione di quel valore centrale del cristianesimo che è l’amore per l’altro. I nostri Maestri ci hanno insegnato ad amare anche coloro che non ci amano ed a perdonare chi ci ha offeso e di ciò siamo profondamente grati, ma deve essere chiaro anche che noi non permetteremo mai ad alcuno di impedirci di avere fede in Cristo o di comunicare il Vangelo così come di impedirci di accedere ai luoghi Santi ed a quella terra che ha conosciuto la Rivelazione, la Passione e la Resurrezione. 

Il nostro Ordine non si poggia più oggi su monaci guerrieri ma su cavalieri inseriti completamente nella società secolare. E’ in questo contesto che il cavaliere agisce e traduce, in testimonianza di vita cristiana ed in opere, l’essenza della sua scelta.

Ognuno, nel proprio lavoro quotidiano, deve trovare occasioni per mettere in pratica ciò che, anche nel linguaggio comune, un tempo si sentiva dire con maggiore frequenza: “quello lì è proprio un cavaliere”. Ricordiamoci che testimoniare il Vangelo, ricavarsi quotidianamente uno spazio per la preghiera, ricordarsi degli ultimi, compiere atti di carità e di giustizia sono tutte attività che dobbiamo fare.

Così come nelle processioni o nelle occasioni ufficiali il cavaliere porta il saio con umiltà e non con ostentazione o vanagloria, così la carità dovrà essere discreta, quasi invisibile. La carità fatta “perché gli altri sappiano”, non ci interessa.

La carità interessa al cavaliere in quanto essa è un mezzo attraverso la quale, nella solitudine di un anziano, nei bisogni di una vedova, nelle necessità di un handicappato, nei desideri di un individuo fragile, io riconosco il volto di Cristo.

Se qualcuno avesse pensato che entrare nell’Ordine vuol dire entrare in un club esclusivo, in un circolo snob, motivo di vanto e di invidia da parte degli altri, o che noi fossimo un qualcosa di simile o di derivato dalla massoneria, o dai club di servizio di matrice anglosassone: si è sbagliato ed è meglio che se ne vada.

La croce che portiamo sul petto ci ricorda come l’appartenenza all’Ordine e la testimonianza all’esterno del nostro credo sia stata spesso fonte di sofferenze.

L’ingresso nell’Ordine, per ciò che esso è e rappresenta, non lo si fa per gioco, né con leggerezza, si tratta piuttosto di una chiamata, di una presa di coscienza, di una grazia che il Signore Dio nostro ci fa al fine di potere diventare, attraverso una militanza attiva, ed una vita spirituale intensa, un suo soldato, pronto a dare la vita per la sua difesa, qualora occorra.

Fra Diego

Gran Priore dell’Ordine