La regola

All’origine della Cavalleria medievale troviamo un mondo di illetterati, nel quale fanno spicco pochi monaci e chierici che sanno scrivere. Ciò nulla toglie all’intelligenza degli altri, che sanno esprimere concetti e principi d’alto valore intellettuale e spirituale. Benedetto da Norcia, fermo nei principi predicati da secoli, scrive: “christianus sum, non possum militare“, sono cristiano, non posso combattere (1); le stesse parole useranno i Seborghini verso Genova, sollecitante l’invio di armati per la Battaglia di Lepanto. Alla fine del primo millennio si discute del problema etico, secondo cui vi sono armi cavalieresche (spada e scudo) ed armi vili (arco e frecce).

La necessità di stendere regole per la Cavalleria si fa sempre più impellente; prima – o contemporaneamente – deve essere chiarito chi e come può essere cavaliere. Dalle Parabole di San Bernardo si trae un preciso indirizzo, che supera il dualismo cataro (2) restando fedele alla religione cristiana: ecco lo scontro psicosomatico tra Virtù e Vizi (3).

Così,  dalla testimonianza  di Jean Michel  (che compare come “l’umile estensore” della prima stesura delle regole della Paupera Militia Christi) veniamo a sapere che i cavalieri, illetterati appunto, durante il concilio che si occupa delle regole proposte da San Bernardo, ne discutono ampiamente il testo, modificandolo in più punti: nasce cosi la prima stesura composta di settantadue articoli (4).

In seguito, con le famose Bolle (5) emanate da papa Innocenzo II viene statuito che solo il Maestro (solo più tardi verrà chiamato Gran Maestro) e il Capitolo hanno il diritto di apportare modifiche alle Regole. Questa formulazione interessa per il carattere ascetico proprio di quell’epoca e soprattutto per la spinta antimaterialista propria di San Bernardo e di larga parte del mondo monastico cistercense che gli gravita intorno. Ciò, ricordiamo bene, in forte contrapposizione con la sfacciata esposizione di ricchezze, emblemi e simboli del potere e della potenza materiale che caratterizza, ad esempio, i cluniacensi di Pietro il Venerabile.

Con la sua visione San Bernardo tenta (con ottimi risultati, si deve riconoscere) di mettere d’accordo la mitezza del monaco con la forza del cavaliere, e ne ottiene i suoi Milites. Ad  essi,  in un primo  momento,  vengono  imposti il  celibato perpetuo e la castità assoluta e l’esercizio della caccia, ma il celibato viene presto rimosso e cade conscguentemente la castità. Nel 1140 Graziano (6) afferma che un uomo può entrare in un ordine monastico o cavalieresco o far voto di partecipare ad una crociata solo con il consenso della moglie (7).

Ecco quindi il preambolo alle Regole primitive: “Voi rinuncerete alle vostre volontà individuali e combatterete, insieme, per il vostro Sovrano divino e per la salvezza delle vostre anime …”. (8). Per questo motivo ai Cavalieri è concesso il mantello bianco (9), per significare   l’abbandono   della   vita   nella   tenebra,   ma   aderire all’Ordine   significa   rinunciare   alla  volontà,   e   perciò  ridurre fortemente la libertà di azione individuale (10).  Le Regole primitive vengono modificate ma soprattutto ampliate in più occasioni, ad esempio nel 1260, quando vengono fissati tempi e modi per entrare nell’Ordine; viene fissato (11) un periodo, detto di probandato (oggi diremmo apprendistato) della durata di un anno (12).

Una notazione che ha dell’insolito: tra le prime donazioni fatte all’Ordine è documentata quella del conte di Urgel (13) e non è inutile ricordare che Claudio  (14), primo principe di Seborga, proveniva proprio da quella città. Altra notizia documentata concerne le funzioni svolte dall’Ordine nei primi anni di vita. Ce lo dice Afonso Henriques, figlio di Enrico di Burgundia, nell’aprile 1147: ” … i frati che militano nel Tempio di Salomone, istituito a Gerusalemme per la difesa del Santo Sepolcro …”(15).  Lo ripete il vescovo Anselmo di Havelberg, nel 1145: ” … hanno giurato di difendere il glorioso sepolcro del Salvatore …”. (16).
Lo stesso San Bernardo nel notissimo sermone “De laude novae militiae“, scritto su ripetuta richiesta di Ugo di Pajns, che ne fu il primo Gran Maestro, conferma che ai suoi Cavalieri spettava la difesa dei Luoghi Santi, ma la verità su questo punto è oggetto di altro lavoro, qui non ripetuto (17). Il sermone termina con il richiamo al Salmo che è il nostro motto, la nostra divisa: “Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo nome da gloria”, “Non nobis Domine sed Nomine tuo da gloriam“.

Manca al nostro Ordine il Baussant, lo stendardo o gonfalone bianco e nero che deve precedere ogni sfilata, ogni processione, ogni comparsa pubblica (18).

All’origine, a Seborga, vi sono otto cavalieri e un solo maestro. Anni dopo, le Regole prescrissero (19) che il collegio degli elettori del Maestro dovesse essere composto di otto Cavalieri, ai quali si aggiungevano quattro sergenti e un cappellano.

Tra i Maestri dell’Ordine, spiccò il Seborghino Tommaso Berard (20), eletto a seguito della morte del suo predecessore Reginaldo di Vichiers (20 gennaio 1256); fu egli a dover sopportare l’invasione mongola e tartara in Terrasanta e in quella occasione vide – fatto che non si era mai neppure immaginato – che quegli invasori usavano gli abitanti del luogo ed in particolare donne e bambini come scudi umani, destinati a ricevere nel proprio corpo le frecce scagliate dai cristiani assediati.

Tommaso Berard nel 1272 fece portare a Londra alcuni frammenti della Vera Croce (21), insieme con altre reliquie di famosi Santi (22); perché a Londra e non al Suo Principato di Seborga è chiaro: non voleva assolutamente richiamare l’attenzione del mondo su questo luogo, e ciò in particolare a proposito di una Reliquia.
Tommaso morì il 25 marzo 1273 e gli successe Guglielmo di Beaujeu, parente di Carlo d’Angiò, ma la vicenda dei templari ormai volge al termine.

Un altro personaggio merita la nostra attenzione: si tratta di Raimondo Lullo che, nel 1275, scrive il Libro dell’Ordine della Cavalleria (23) che, non a caso, è diviso in otto capitoli (24).

Già Isidoro aveva affermato che il vocabolo “miles”  (armato) derivava dal fatto che ve ne fosse uno ogni mille (25), e questa strana affermazione viene coltivata sei secoli dopo da Lullo e da quelli che lo precedono (26). Altri avevano detto che “militici est vita hominis super terram” (27). In Raimondo Lullo diventa chiaro l’accostamento tra il Sacerdozio e la Cavalleria (28), ma in particolare il rapporto fra Sovrano e Cavaliere: il primo investe il Cavaliere, il secondo è sempre pronto a morire per difendere il Sovrano (29).

Qualche frase dell’opera di Lullo è valida in tutto il suo significato. E’ giusto che così come la Cavalleria ti fa essere coraggioso e
sprezzante del pericolo, per poterla servire, è necessario che ti faccia altrettanto amare la saggezza e la prudenza (30).

Dovere del cavaliere è di aiutare le vedove, gli orfani, gli invalidi (31). Taluni amano più il numero che non la qualità (32). Ecco, infine, il decalogo del cavaliere medievale:

  • Avere fede in Dio.
  • Essere valoroso.
  • Proteggere la Chiesa.
  • Difendere i deboli.
  • Essere fedele al Sovrano.
  • Non mancare mai alla parola data e non mentire.
  • Amare la Patria. Combattere senza tregua gli infedeli (33).
  • Essere generoso.
  • Essere campione del bene contro il male (34).

A noi, oggi – trattando delle Regole dell’Ordine – non interessa più seguire la storia dei Templari e degli altri Cavalieri medievali, se non richiamando alla memoria l’episodio del Cavaliere Galliana. Da questa storia però dobbiamo apprendere molte lezioni. Obbedienza verso i superiori (siamo noi che, con il nostro libero voto, li riconosciamo tali); umiltà, quando si voglia mirare troppo in alto ed entusiasmo nel desiderare il meglio.

Studio della storia e della religione, con particolare attenzione verso il Principato di Seborga. Amore  verso  il  prossimo,  dovendo  intendere  per  “prossimo” l’intera umanità, senza distinzione alcuna. Rispetto delle altrui opinioni, ma dovere ininterrotto di far notare a chi sbaglia il suo errore. Perdono verso gli altri e mai verso sé stesso.

Fede in Dio e venerazione per la Santa Madre di Gesù.

Confratelli, tanta strada da percorrere, tutti noi, io per primo, senza attendere ricompensa terrena. Vegliamo dunque, perché non sappiamo né il giorno né l’ora (35).

cav. Giorgio Pistone