Archivio Il Gran Priore dell’Ordine

Carissimi Fratelli,

nove secoli sono strascorsi da quando Bernardo incoraggiava ed aiutava la nascita dell’Ordine del Tempio e circa sette da quando Papa Clemente V, con la promulgazione della celebre Bolla “Vox in excelso” avvenuta il 22 marzo 1312 lo sospese. Moltissimi eventi si sono succeduti in Europa da quella data.

Dopo tante, tantissime guerre, rivoluzioni, lotte politiche, imperi nati e morti, dopo la salita ed il crollo di importanti ideologie, odi e barbarie di ogni genere, dopo una serie lunghissima di guerre tra cui due guerre mondiali, ci si sta rendendo conto che la lotta armata non è la soluzione ideale né la più efficace per risolvere conflitti e scontri culturali. La discussione, il dialogo, la comprensione di chi ci sta dinnanzi e la pensa in maniera differente sono la via che ha permesso, a quelli della mia generazione, di trascorrere praticamente tutta la vita senza conoscere direttamente i disastri della guerra, senza dovere imbracciare un fucile e dovere uccidere un coetaneo che la pensa diversamente.

E’ stata indubbiamente una fortuna per noi non doverci trovare in una situazione ove o si uccide o si è uccisi. Questa favorevole condizione temporale in cui ci è stato dato di vivere non va tuttavia sprecata.

Che cosa fare allora? Di chi e di che cosa abbiamo bisogno per lavorare per la pace? Abbiamo bisogno di uomini nuovi.

Chi ci aiuterà a trovarli e a forgiarli? Dobbiamo riferirci a nuove ideologie politiche? Non credo in tempi brevi.

Dobbiamo allora riferirci alla Chiesa? Può darsi. La chiesa, nella sua apparente staticità ed imperturbabilità, è sempre stata portatrice di grandi novità. Che ci sia, al suo interno, un grande fermento lo testimoniano le numerose e nuove associazioni, opere, organizzazioni, movimenti che affiancano le strutture ecclesiali più antiche e consolidate. E poi ci sono i tanti laici, cristiani nel profondo e nell’intimo, i quali sono in cammino verso nuove modalità di vivere il messaggio di Cristo.

Ecco allora che mi pongo la domanda: “il messaggio (oggi diremo la “mission”) della cavalleria templare, parlo di quello vero, autentico, cristiano cattolico, magistralmente espresso da Bernardo di Chiaravalle nel “De laude Novae Militiae ad Milites Templi”, lo possiamo definire oggi solamente di interesse storico?”

Ritengo che nella società occidentale, europea, a tradizione prevalente cristiana, non solo ci sia ancora un posto per la cavalleria, intesa come istituzione in grado di formare e plasmare uomini nuovi, combattivi, strenui difensori del bene, ma che ce ne sia assoluta necessità. Certamente su basi nuove rispetto a quelle storiche medioevali.

Vi è certamente la necessità di un nuovo umanesimo cioè di una condizione dove l’uomo recuperi la sua centralità ed il suo valore; l’uomo deve tornare al centro degli interessi della politica, dell’economia, della cultura, della società. L’uomo deve tornare a battersi al fine di rompere solitudini, silenzi ed ingiustizie, per riaffermare principi etici e di solidarietà troppo spesso calpestati e dimenticati.

Meno esteriorità e più contenuti dice i cavaliere. Meno piercing, meno tatuaggi, meno orecchini e più solidarietà, più speranza, più fede. La inviolabilità della vita, la sua tutela sempre, la protezione della dignità dell’uomo, l’attenzione rivolta ai soggetti fragili, un’opera moralizzatrice sul lavoro, nello svago, in famiglia, nei diversi ambiti della società, non sono che alcune esemplificazioni di una necessità prorompente ed inarrestabile.

Per questo dico: non vergognatevi, Cavalieri a professare la fede in Cristo; non è cosa da vecchine o da bambini in età pre scolare. Personaggi illustri, virili, cavalieri senza paura, uomini tutto d’un pezzo lo hanno fatto prima di noi. Non abbiate paura a tutelare il vostro credo, non abbiate paure a professare la vostra fede. Forse vi prenderanno in giro, altri vi odieranno ma non abbiate paura.

L’ignoranza e la stupidità stanno dilagando nella nostra società. La presenza nella nostra società di uomini di fede incrollabile, laici, individui guidati tuttavia da un forte credo cristiano, paladini della chiesa di Roma, soggetti capaci di essere caritatevoli ed umili, onesti ed obbedienti, capaci di lottare contro le ingiustizie e contro il peggio della modernità, non può che essere giudicata che in termini positivi.

Giunti ormai nel terzo millennio, la cavalleria deve essere declinata in modo tale da tenere vivo e vitale l’impianto centrale definito da San Bernardo. Dobbiamo perciò rileggere e meditare sul “De Laude Novae Militiate” al fine di capire che cosa deve restare e che cosa può anche essere modificato. Oggi ai nuovi cavalieri non chiediamo, in modo assoluto, di essere nobili di nascita; chiediamo piuttosto di essere nobili di cuore.

Non chiediamo, obbligatoriamente, il voto di castità. Non possiamo oggi permetterci di perdere tutte quelle brave persone che pur non essendo celibi o caste, in quanto coniugate, conducono una vita familiare esemplare. Chiederemo loro di ribadire senz’altro il voto di fedeltà a suo tempo fatto con il matrimonio nei confronti del proprio coniuge.

Circa la povertà noi abbiamo un atteggiamento diverso rispetto a quello originario. Mentre capiamo bene il senso profondo di questo voto che significa vivere a fianco degli ultimi e condividere con loro molte delle sofferenze patite da Cristo, riteniamo che l’Ordine oggi debba possedere una certa consistenza economica. Solo così sarà possibile operare azioni concrete a favore dei poveri, dei derelitti. L’educazione, la sanità, la formazioni sono tutte iniziative che richiedono un substrato economico. Per questo motivo nella nostra regola oggi noi non abbiamo il voto di povertà.

Il voto di obbedienza al Gran Maestro questo continua ad esistere, non certo di obbedienza alla persona fisica del Gran Maestro ma alla figura ed alla carica. L’obbedienza va intesa alle finalità dell’Ordine, prestare ascolto alla missione dell’Ordine e contribuire fattivamente alla realizzazione di questo progetto. Essere obbedienti significa quindi essere strumenti operativi del bene, attivi costruttori di pace, solidi testimoni dell’Agnello.

Un impegno solenne assunto dinnanzi alla comunità questo si, lo si deve continuare a chiedere. Siccome non tutti sono in grado allo stesso tempo di essere capaci di assumersi voti impegnativi, l’Ordine deve potere garantire ad ognuno di arrivare fino a dove il suo cuore e la sua ragione lo portano. Ecco allora cavalieri di Giustizia, di Obbedienza e di Grazia.

C’è necessità di costruire uomini nuovi, uomini in grado di lottare, di combattere e di vincere una guerra che va assolutamente condotta. Si tratta di una guerra volontaria, personale, silenziosa: la guerra contro le abitudini peggiori, verso i propri vizi, verso i propri egoismi, la superbia cioè verso quella parte di ognuno che spesso coincide con la parte peggiore. Senza questa vittoria la vita sociale, il rapporto con l’altro potrebbe diventare un domani estremamente difficile.

Troppe le intolleranze, le prevaricazioni, gli abusi; tante le disposizioni e le regole che nessuno rispetta. Non basta aumentare i controlli, occorre operare sull’uomo. Oggi si sa che le leggi rispettate sono quelle che il soggetto si impone di rispettare. Diversamente la risposta è sempre la stessa: “ma chi se ne frega!” Questa è certamente una via per costruire una società migliore, dove ci sia profondo rispetto per l’altro e non si resti indifferente alle sofferenze altrui. Non ci sono leggi o decreti o scorciatoie che possano fare ciò che solo l’impegno personale è in grado di produrre: un miglioramento della società attraverso un miglioramento del singolo.

Il cavaliere racchiude in se queste caratteristiche di uomo nuovo. Ai soggetti che bevono smodatamente, che usano droghe, che sono pieni di tatuaggi, di piercing, che giocano d’azzardo, che ritengono che la scuola sia una perdita di tempo, la religione una superstizione, che lavorare onestamente sia una cosa da scemi, che per guadagnare 1500 euro al mese è meglio non lavorare, che passano la giornata dinnanzi alla tv a vedere “telenovelas”, proviamo a contrapporre il modello cavalleresco, fatto di uomini forti nella fede ma al tempo stesso umili, obbedienti e rispettosi, dotati però di quello spirito combattivo che non lascia indifferenti dinnanzi ai problemi irrisolti.

Come si diceva, noi viviamo in Italia una lunga pace e speriamo che questa fantastica stagione continui. Tuttavia, la storia ce lo insegna, il rischio di un coinvolgimento in operazioni militari o terroristiche non può essere escluso.

Nel caso in cui dovesse esserci guerra vera, Dio non lo voglia, che sia almeno per un motivo valido. In questo caso non c’è da inventare nulla. Già Sant’Agostino, San Tommaso, San Bernardo, il Maestro Graziano, ed altri ancora fino ad arrivare a Papa Giovanni Paolo II e Benedetto XVI si sono espressi chiaramente sulle caratteristiche di una guerra “giusta” e noi ci troviamo concordi con questa visione etica.

La costituzione dell’organismo delle Nazioni Unite, la proclamazione dei Diritti dell’Uomo, le proclamazioni delle Costituzioni nazionali e più recentemente della Costituzione Europea sono tutti eventi che hanno mirato a risolvere le tensioni tra gli stati a livello diplomatico e non militarmente. La presenza e la diffusione della cavalleria in Europa anche in questo ambito potrebbe giocare un ruolo non secondario.

Cari fratelli,

oggi 25 Novembre 2010, ad un anno dalla prematura scaomparsa del nostro amato Gran Priore Giorgio, Principe di Seborga, permettetemi di ricordarlo con qualche breve pensiero.

Giorgio, così noi cavalieri eravamo soliti chiamare familiarmente il “nostro “Gran Priore, non era una persona facile. Come tutti coloro che operano scelte di vita radicali, decise, senza mezze misure, anche Giorgio aveva una certa difficoltà a comprendere quei soggetti, cavalieri e non, che davano chiari segni di non essere della sua stessa pasta. 

Ricordo il mio primo viaggio a Seborga. Chi mi aveva portato mi aveva avvertito, sia prima che lungo il viaggio. “Mi raccomando, non rispondergli se ti tratterà duramente. Lui è fatto così. Lui vuole metterti subito alla prova”. Dal momento del mio primo incontro con Giorgio ci fu , invece un riconoscersi immediato. Come due vecchi amici che, per i casi della vita, non si erano mai incontrati fino ad allora. Per me è stato un incontro importante. Ritengo che non lo sia stato solo per me.

Poi arrivò il morbo di Gehrig o SLA che dir si voglia. La malattia che non perdona lo aveva colpito. 

Giorgio I° Carbone sulla Piazza dei Cavalieri Bianchi davanti alla chiesa di San Martino

Oggi, 25 Novembre 2010 è stato un anno dal suo trapasso silenzioso, riservato, in punta di piedi, “per non disturbare”. Io ho avuto la fortuna ed il peso di condividere con lui pensieri difficili e momenti cruciali.

A volte, pensandoci, mi chiedo se sia morto davvero il 25 Novembre. Forse in realtà era già morto, mesi, forse anni prima. Me ne ero reso conto quando mi diede da leggere quel meraviglio testamento dello spirito che si chiama “Ai Cavalieri Bianchi” e che costituisce il suo preciso impegno nei confronti di ogni singolo cavaliere e dell’Ordine. 

Quando saremo sopra le acque e gli uccelli voleranno sotto di noi
e le nubi che vi copriranno per noi saranno tappeti,
e la nostra voce più sarà un richiamo per voi, ricordate:
dovrete proseguire il percorso che vi è stato assegnato.
Noi vi saremo accanto.
E ci sarà qualcuno che vi raggiungerà
e la volontà dell’alto vi farà sapere
e con gli altri, dal di fuori, vi guideremo
perché così dovrà essere per Noi, per voi e per quelli che seguiranno.
Il fuoco non distruggerà i vostri accampamenti!
Siate previdenti e noi lo terremo lontano.
Le nostre lacrime lo spegneranno se voi saprete commuoverci con il vostro comportamento.
I cavalieri debbono combattere:
con il cuore,
colla fede,
con la volontà,
con il sacrifìcio.
L’onore che vi accompagna sarà lo scudo contro le avversità e il maligno.
E la gloria nella lotta sarà per voi ricompensa dei sacrifìci che un cavaliere è destinato a compiere,
finché il percorso gli permetterà di indossare il bianco mantello
che gli è stato e gli verrà posto sulle spalle.
Così come a noi è stato imposto di compiere.
Niente e nessuno può mutare gli eventi
che sono stati scritti nel tempo da chi del tempo è al di fuori e al di sopra.
E tutto si compia per espletare il compito cui siete destinati.

Voglio ricordare qui con voi fratelli il Giorgio privato, il cavaliere visto da vicino, nei momenti difficili. Lo ricordo malato, scheletrico, scendere con estrema difficoltà le scale del suo rifugio in Seborga. Nonostante si percepisse l’assoluta impossibilità ad aiutarlo, si coglieva anche la sua umanità nascosta. “Devo farcela da solo! Che cosa farò quando voi non ci sarete?”

Non era la sua né presunzione né delirio di onnipotenza ma un sincero e profondo desiderio di non pesare su altri. In primis sui suoi seborghini, sudditi ed in qualche caso fratelli. E poi Laura, suo grande amore e sua grande preoccupazione. Tornando a casa mi sentivo esausto, come se lui vivesse ormai non più del cibo che la Adriana gli portava ma della nostra energia.

Coloro che erano dotati di uno sguardo profondo avranno certamente visto nei suoi occhi e nel suo comportamento il segno del guerriero di Cristo. Mai una parola relativa al suo stato evidente di sofferenza, mai un gesto per impietosire; al contrario accettazione totale della sua missione e grande rispetto per le prove che avrebbe dovuto certamente subire. Giorgio ha parlato ai nostri cuori attraverso la sua sofferenza. Giorgio è stato per alcuni una porta verso il regno dello spirito.

San Martino 2006: Giorgio, Gran Priore dell'Ordine e Diego Priore di Santa Maria Immacolata in Rodello.

Molti dei frequentatori di casa sua non riuscivano a vedere in lui chi fosse realmente. Un vecchio, vestiti strappati, ciabatte bucate, una casa spoglia e per lo più fredda. Noi li possiamo capire. Costoro non riuscivano a vedere in lui che l’uomo segnato, il leone ferito e senza futuro, il principe rivoluzionario sconfitto, l’ex floricoltore, il fumatore incallito, il mancato medico. 

Altri intravedevano, attraverso di lui, una realtà ancora ignota: il mondo magico della cavalleria, una possibilità di ricominciare, di riavvolgere il nastro per essere più obbedienti, più umili, più leali, più Uomini. Era una opportunità unica, non facilmente ripetibile.

Per un certo numero di professionisti, dipendenti, artigiani, impiegati l’arrivo a Seborga ha coinciso con importanti modificazioni del proprio stile di vita. Riprendere in mano le Sacre Scritture, pregare, essere più buoni. Giorgio è stato il mediatore di tutti questi avvenimenti.

Poco importa ricercare e discutere su che cosa sia realmente il Grande Segreto, così come sapere se il santo Graal o le pietre che tenevano in piedi la croce od altro siano realmente presenti in Castrum Sepulchri. 

Il miracolo è già avvenuto. Il grande segreto n on sono pietre od altro: siamo noi. Noi cavalieri ne siamo la prova. Alcuni forse non se ne sono resi ancora conto, altri hanno paura ad ammetterlo ma la nostra salita a Seborga ci ha modificati.

Parlo con amici, racconto la storia di come la statua della Madonna (oggi nella piccola grotta) sia giunta a Giorgio, misteriosamente, da Parigi, apparentemente per sbaglio molti anni prima. Ricordo quando, ormai malato, mi disse che in sogno gli era apparsa la statua della Madonna, manifestandogli il desiderio di non stare più in un vano ma di essere collocata in una piccola grotta, tutta per Lei. Ricordo le sue telefonate insistenti affinché noi si ristrutturasse in modo adeguato e veloce una celletta ove collocare la statua. Ricordo la sua insistenza:“Fate presto! Fate presto!”

So che alcune persone hanno ritrovato la gioia della fede proprio dinnanzi a questa statua, e questo è uno dei grandi segreti di Seborga e di Giorgio: riuscire a fare muovere i cuori, anche quelli più duri e farlo con semplicità, con umiltà. 

Giorgio era un cavaliere. Probabilmente lo era sempre stato. Probabilmente lo era ancor prima di esserlo diventato mediante regolare investitura. La sua fede incrollabile in Cristo, il suo alto senso del dovere e della giustizia, la difesa di qualsiasi nobile causa e la sua profonda umiltà, che lasciava intravedere solo ai fratelli, ne sono la prova.

Giorgio era anche “un riccio”. Sì perché Giorgio per gli altri era un uomo con gli aculei, spinoso, duro, impenetrabile, distante, inavvicinabile. Per conoscerlo nell’intimo bisognava volerlo ardentemente. Si sa che i semi sono sempre ben protetti da un guscio. Il suo guscio gli valse a Seborga l’appellativo di “Sua tremendità”. Non così per tutti, non così per alcuni che riteneva suoi fratelli.

Io ho avuto la fortuna di avere con lui un rapporto profondo, non banale, di quelli che giungono alla radice dei sentimenti. Un rapporto che ha coinciso a lungo con la sua malattia e con le varie fasi della stessa.

Credo che quando Gesù diceva “Non date le cose sante ai cani e non gettate le perle davanti ai porci”  (Matteo, 7.6) volesse dire un qualcosa simile. Il Giorgio cavaliere era la scoperta alla fine di un percorso di conoscenza che lui regolava, accorciandolo e facilitandolo per alcuni o allungandolo all’infinito per altri.

Si è veramente fortunati quando l’atto di “scegliere” un maestro coincide con quello di “essere scelti” come allievo. Una domenica, dinnanzi al caminetto scoppiettante mi disse: “Ecco! Qui c’è il mio manoscritto del libro sulla cavalleria cistercense. Pubblicalo quando non sarò più con voi in corpo fisico. Ho dedicato otto anni della mia vita a quest’opera che è un poco il mio regalo ai cavalieri di oggi e di domani. Sarà un modo per continuare ad essere con voi anche in futuro”.

Aggiunse poi: “Ora, forse a causa della mia malattia riesco a vedere le cose più chiaramente. Il percorso dell’Ordine non sarà facile. Non ti preoccupare se alcuni ti faranno la guerra, anzi sarei stupito se non trovassi difficoltà. Le tenebre cercheranno di oscurare la luce. Resisti! Se non se ne andranno loro vattene tu. Fa tabula rasa. C’è bisogno di pulizia, di purificazione nell’Ordine. C’è ancora tanta, troppa zavorra”.

 Speriamo di essere in grado di proseguire nel cammino da Lui indicato.