Archivio Ordini Monastici

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Certosini

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San Bruno (Brunone), fondatore dell'Ordine Certosino.

L’Ordine Certosino (in latino “Ordo Cartusiensis”) è un Ordine monastico contemplativo della chiesa cattolica fondato dal germanico San Bruno o Brunone (n. a Colonia nel 1030 e morto il 6 Ottobre 1101 a Serra San Bruno, in provincia di Vibo Valentia). Il movimento certosino poggia su tre pilastri: la solitudine e il silenzio, la vita comunitaria come complemento di quella solitaria, una liturgia propria. Questa caratteristica della vita certosina, cioè una unione di uomini solitari che vivono in una piccola comunità monastica, si è conservata attraverso i secoli.

I certosini continiuano ad essere da circa un millennio uomini solitari siano essi padri o fratelli e cioè sacerdoti o conversi. La solitudine, vissuta per Dio solo, implica la separazione dal mondo, realizzata mediante la clausura. Il monaco certosino usufruisce di una sola uscita settimanale, per il passeggio comune. I momenti di vita comunitaria sono costituiti fondamentalmente dalla liturgia, che viene celebrata in comune.

L’Ordine fu fondato da San Bruno nel 1084, in Francia. Il nome dell’Ordine deriva dal massicio della Certosa (Massif de la Chartreuse), dove san Bruno e sei compagni cercarono la solitudine per dedicarsi alla vita contemplativa e dove costruirono il loro monastero, la Grande Chartreuse. Dei sei monaci che hanno costituito con Bruno il nucleo monastico certosino quattro erano chierici e due erano laici; i primi furono ben presto detti padri, i secondi fratelli o conversi. Tale terminologia è tuttora valida per distinguere, all’interno della comunità coloro che sono sacerdoti dagli altri monaci.

La Grande Chartreuse.

San Benedetto da Norcia (480-547)

Benedetto da Norcia, nasce nella località di cui porta il nome intorno al 480 e muore a Montecassino il 21 marzo del 547. Benedetto è stato un monaco ed un santo. E’ ricordato anche per essere stato il fondatore dell’Ordine dei monaci Benedettini di cui redisse la Regola. Meno nota ma anche essa santa fu la sua sorella gemella: santa Scolastica. Scolastica morì circa quaranta giorni prima del fratello. Benedetto volle essere sepolto nella sua tomba.

Benedetto nasce a Norcia, cittadina umbra, da una famiglia patrizia. Il padre, Eutropio Anicio, era Capitano Generale dell’esercito romano nelle terre di Norcia, mentre la madre, Claudia Abondantia Reguardati, era una contessa di Norcia.

Nel II° Libro de “I Dialoghi” San Gregorio Magno, racconta che all’età di12 anni fu mandato con la sorella a Roma per proseguire colà gli studi ma che giunto in città decise di tornare immediatamente indietro turbato dalla dissolutezza dell’Urbe.

Pur in giovane età Benedetto si sentiva già inadatto per un avita mondana ed interessato invece ad una vita spirituale, ascetica. Fu così che decise così di abbandonare la casa, la famiglia, per dedicarsi ad una vita di rinuncia dai piaceri terreni e di ricerca di Dio.

All’età di 17 anni, si reca nelle valli di Subiaco. In quei luoghi impervi incontra un monaco romano proveniente da un vicino monastero guidato da un abate di nome Adeodato. Fu questo personaggio a fargli indossare il saio monastico e ad indicargli una grotta impervia del Monte Taleo. In questa grotta Benedetto trascorrerà tre anni prima di maturare l’idea di porre fine alla sua esperienza eremitica. Oggi tale grotta si trova all’interno del Monastero del Sacro Speco. 

Con la Pasqua dell’anno 500 Benedetto, conclusa la sua esperienza eremitica, accetta di fare da guida spirituale ad altri monaci. Si trasferisce a Vicovaro; in questo ritiro cenobitico tuttavia Benedetto subisce un tentativo di assassinio in quanto alcuni monaci tentano di ucciderlo con una coppa di vino avvelenato.

Benedetto decide allora di tornare a Subiaco. Qui trascorrerà circa trenta anni predicando la “Parola di Dio”. La sua fama di santità si espande nell’umbria e non solo. Postulanti giungono sempre più numerosi; un monastero non basta più. Se ne formano altri. Per l’esattezza tredici. Ogni monastero , nella visione dio Benedetto, è composto da dodici monaci ed un Abate. Tutti i monaci e gli abati sono sotto la guida spirituale di Benedetto.

Subiaco tuttavia, nonostante i lunghi anni trascorsi qui non sarà la sua dimora definitiva. Tra il 525 ed il 529, subisce due attacchi feroci, quasi mortali che lo costringono a lasciare Subiaco. Uno è un nuovo tentativo di avvelenamento, questa volta con il pane avvelenato, mentre il secondo attacco è di tipo diverso. Oggi lo chiameremo un attacco mediatico. Risulta che un tale prete di nome Fiorenzo, facente parte del clero locale, abbia mandato alcune prostitute per tentare i monaci e screditare così Benedetto e la sua opera.
 
Benedetto prese la via di Cassino. Qui, salito in cima ad una altura, sulle rovine di un tempietto pagano, decide di fondare un monastero. Inizia così la storia del Monastero di Montecassino

Nel monastero di Montecassino Benedetto, intorno al 540, compone la sua Regola. Il codice comportamentale dei monaci che si chiameranno benedettini poggia su una regola che, pur se stilata da Benedetto, tiene conto a sua volta di regole precedenti. Sicuramente Benedetto ha avuto modo di conoscere ed analizzare la regola di san Giovanni Cassiano, san Basilio, san Pacomio, san Cesario, la Regula Magistri.

La Chiesa romana oggi celebra ufficialmente la festa di san Benedetto il giorno 11 luglio mentre le diverse comunità benedettine ricordano la ricorrenza della morte del loro fondatore il 21 marzo.

La vita comunitaria benedettina si fonda su due concetti fondamentali: la “stabilitas loci” che è l’obbligo di risiedere per tutta la vita nello stesso monastero e la “conversatio” che un insieme di azioni positive che connotano la vita del monaco. La “conversatio” comprende la buona condotta morale, l’obbedienza all’abate, l’esercizio della pietà.

Il termine Abate deriva dall’ebraico “Abba” o Padre. L’abate è colui che dirige la comunità non come un tiranno o un superiore ma come un buon padre. L’Abate è un dolce padre che provvede alle necessità materiali e spirituali dei suoi monaci. I monaci alternano lungo il giorno momenti di lavoro manuale comunitario e momenti di preghiera. Il motto dei benedettini è stato ed è “ora et labora” cioè prega e lavora.

I monasteri che seguono la regola di san Benedetto sono detti benedettini. La regola qui praticata è la buona disciplina; l’umiltà, l’obbedienza, il lavoro, la pietà ne sono i cardini. Si tratta in fondo della traduzione nella pratica quotidiana dell’insegnamento del Vangelo.

Poiché ogni monastero è autonomo, sotto la guida di un abate, si sono sviluppate nel tempo vere e proprie congregazioni di monasteri. Tra queste sono note la congregazione cassinense e quella sublacense, facenti capo rispettivamente all’autorità spirituale dei monasteri benedettini di Montecassino e di Subiaco.

Riportiamo l’intervista concessa nel novembre del 2009 da Padre Sergio, eremita sulle Alpi marittime, al giornalista Alberto Burzio (Barba Bertu). L’intervista è avvenuta a Marmora, nella casa monastero in cui il padre vive in solitudine da oltre trenta anni, a quasi 1600 metri di quota.    

Padre Sergio De Piccoli, monaco benedettino, eremita.

 

In un magnifico angolo della Valle Maira, baciato dal sole in tutte le stagioni, c’è la Biblioteca più alta d’Europa, a 1.580 metri di quota. Lui; Padre Sergio De Piccoli, è un monaco benedettino con tre lauree. Non fa la spesa ma ha sempre mangiato finora, grazie alla Provvidenza. La vecchia canonica dove vive è scaldata solo in cucina, il monaco dorme nella stanza gelida a volte come il ghiaccio. Piuttosto resta senza mangiare, se un povero gli bussa alla porta. Padre Sergio De Piccoli è nato il 7 gennaio 1931, vicino a Pavia. 

I suoi genitori cosa facevano?
«Mia mamma faceva la casalinga e da giovane la mondina, nelle risaie. Mio padre era tipografo e rilegatore, e di qui è nato il mio grande amore per i libri». 

Eravate tanti figli?
«Io ero il quinto, la povertà l’abbiamo conosciuta, mancava anche il pane». 

Quando è nata in lei l’idea della vocazione?
«Da ragazzo sono andato a vedere la Certosa di Pavia, e sono stato colpito dalla povertà assoluta delle celle dei monaci. Fra me ho pensato: “Che solitudine, che bella questa vita solitaria e a contatto con la natura». 

Poi cosa è successo?
«Ho fatto il militare ad Aviano fra i carristi e in quel periodo ho capito certe bestialità della vita: i soldati pensano solo al sesso e alla tavola. Finito il militare, sono tornato a dare una mano a mio padre». 

E poi?
«Nell’autunno del 1955, ho deciso. Nessuno dei miei genitori andava in chiesa, io un giorno sono andato a bussare alla porta dei Certosini di Lucca e dopo ho scritto ai miei. Poi i Certosini mi hanno consigliato di andare dai Benedettini a Roma e addirittura mi hanno pagato il biglietto del treno. E sono restato all’Abbazia di San Paolo per tanti anni». 

Chi è il monaco?
«Il prete fa il parroco, il monaco resta sempre in monastero, ad accogliere. Noi facciamo anche il voto di stabilità. Non abbiamo un superiore generale, ogni monastero è autonomo, compreso il mio qui a Marmora». 

Lei a Roma, dove è stato fino al 1972, aveva incarichi importanti?
«Sono stato maestro dei novizi e sacrestano della Basilica patriarcale: Di novizi ce ne erano pochi e parecchi fra di loro non erano seriamente motivati, per me non è stata una grande esperienza. Dopo il Concilio Vaticano Secondo, io non stavo bene a Roma, l’ambiente non mi soddisfava. Il Concilio esortava a “ritornare alle fonti” e con due miei fratelli (padre Luca e padre Ireneo) siamo partiti per Giaveno, in montagna, dove siamo stati per sei anni, fino al 1978». 

Come mai è arrivato a Marmora?
«Uno dei miei fratelli monaci era di Pinerolo e mi ha indicato questi luoghi. Sono andato dal parroco di Dronero e gli ho spiegato che cercavo un posto isolato. Appena sono arrivato a Marmora, il 18 aprile 1978, mi sono innamorato di queste montagne . Don Enrico Minotti era parroco, ma non abitava qui».  

interno della parrocchia di San Massimo in Marmora

La filosofia sua quale è?
«E’ quella dell’accoglienza, e ho sempre accolto anche persone in difficoltà». 

Come passa le sue giornate?
«All’insegna dell’ “ora et labora”. Mi alzo tardi, alle 6 del mattino, per via dei problemi alle gambe. Prego e lavoro in Biblioteca. Tutti i giorni celebro la Messa, il più delle volte non c’è nessuno e questo mi pesa un poco. Con i montanari ho rapporti buoni, vanno poco in chiesa ma mi vogliono davvero bene». 

Il Dio in cui lei crede come è?
«E’ il Dio misterioso, che nessuno ha mai visto. Ma io sono sicuro che c’è». 

Quanti libri ci sono nella sua Biblioteca?
«Sono più di 54 mila e 900, io amo i libri e il collezionismo. Nella mia Biblioteca ci sono tutti i tipi di volumi. La Biblioteca è aperta agli studiosi. Tutti i libri sono archiviati nel computer, oggi però mancano gli spazi e gli ultimi arrivi sono ammucchiati, nella vecchia casa canonica». 

Che fine farà la Biblioteca?
«Ho già fatto una donazione al Comune di Marmora, che si è impegnato a costruire un edificio per ospitare tutti i volumi». 

Perchè ha messo le campane?
«Sono sei campane grosse in bronzo, le ho messe nel 1991, io amo la musica». 

Nell’arco della sua vita non ha mai sentito l’esigenza di farsi una famiglia?
«Raramente. Non mi manca una famiglia mia». 

Le donne le piacciono?
Padre Sergio ride: «Certo che le noto. A volte ci sono state delle tentazioni, la rinuncia non è stata sempre facile, ma io ce l’ho fatta». 

Alla sua veneranda età, l’idea della morte la sfiora?
«Certo! Ma non ho paura, perché la morte è andare con Dio. Si può morire a qualunque età e bisogna sempre essere pronti». 

Cosa pensa della Chiesa Cattolica?
«Non è fatta solo di santi, ci sono uomini e donne che peccano. E’ santa e peccatrice. Io non sarei sfavorevole a permettere ai preti di sposarsi, perché il celibato è una istituzione dei monaci, non dei preti». 

Le donne contano nella Chiesa?
«Dopo il Concilio Vaticano Secondo, la Chiesa ha considerato di più le donne». 

vista delle alpi dal sacrato della chiesa di San Massimo

Papa Benedetto XVI le piace?
«Questo non me lo deve chiedere, perché io non guardo la tv, non ascolto la radio, non leggo i quotidiani (se non quelli che ogni tanto qualcuno mi porta)». 

La vita è bella?
«E’ bellissima, perché si vive! Io sono un monaco felice e fortunato, ho tutto quello che desideravo, sono riuscito a realizzare i miei sogni».