Archivio Interviste al G.P.

 Riportiamo qui il commento a caldo del prof.  Diego Beltrutti, Gran Priore del VEOSPSS, l’Ordine dei Cavalieri Bianchi di Seborga, rilasciato subito dopo i tragici fatti   avvenuti nella cattedrale caldea di Saydet el-Najatuna di Baghdad  ove un gruppo di terroristi iracheni legati ad Al Qaeda, ha compiuto un attacco culminato poi con la morte di 47 fedeli, (oltre a sette poliziotti e cinque terroristi).

Ecco cosa resta della cattedrale caldea di Saydet-el-Najatuna in Baghdad dopo l'attacco dei terrorisi islamici di Al Quaeda.

«È un grande dolore perché è stato un atto disumano; neppure agli animali si fanno di queste cose». Credo che queste parole, pronunciate dal  Vescovo caldeo di Baghdad, Shlimoune Wardouni, siano una sintesi di cosa sta avvenendo in Iraq. Qui si trovano uomini che, mimetizzati e riparati da una nobile parola come quella di Allah, si comportano in modo truculento.  Il bagno di sangue, conseguente all’irruzione dei terroristi di Al Qaeda nella cattedrale caldea di Saydet el-Najat (Nostra Signora del Perpetuo Soccorso) in Baghdad non ha, non può, e non potrà mai avere alcuna giustificazione. Queste sono azioni che vanno bloccate, sradicate dal consesso umano.

Terroristi di Al Quaeda in azione il 01 Novembre 2010 a Baghdad

 
D.: Oggi, come giudica la situazione dei cristiani in Medio Oriente?

R.: Negli ultimi sette anni, in seguito alle minacce, agli attentati ed alle continue vessazioni,  sono fuggiti dall’Iraq almeno 300.000 caldei. «Altri fuggiranno a breve» ha affermato Pius Kasha, vicario della chiesa siro-cattolica. 
Questa vicenda è doppiamente tragica.  Il primo punto su cui riflettere è «come è potuto succedere»? Come è potuto succedere che terroristi islamici, vestiti con uniformi militari, siano penetrati in chiesa nel bel mezzo di una funzione eucaristica. Padre Wasim Sabieh e padre Thaier Saad Abdal sono stati uccisi in modo spietato, con un colpo alla nuca mentre i fedeli fuggivano terrorizzati.  Come hanno potuto sparare sui religiosi e sulla folla? 
Il fatto poi che i terroristi abbiano cercato di giustificare il loro vile atto definendolo : «una ritorsione per due mogli di sacerdoti imprigionate in monasteri perché convertite all’Islam» non basta.

Per alcuni terroristi islamici quest'uomo era colpevole per il solo fatto di pregare pacificamente il Dio dei Cristiani

D.: Gran Priore, Lei ha accennato a due punti ma non ci ha detto il secondo.

R.: Il secondo punto negativo è come questa immane tragedia si sia svolta nella più totale indifferenza. Sono passati giorni ma non ho letto sui giornali lo sdegno provenire dal mondo arabo, né parole di ferma condanna dalle comunità islamiche operanti in Italia. In questi casi io spesso faccio un gioco: mi immagino che cosa sarebbe successo se un gruppo di ipotetici terroristi cristiani avesse fatto irruzione in una moschea a Riad, magari durante il Ramadan o se un gruppo arabo avesse fatto irruzione in una sinagoga a Gerusalemme.
Ho la sensazione che il mondo cristiano venga da molti considerato il ventre molle delle culture che si affacciano sil mediterraneo: facili bersagli, successive parole di biasimo del tipo “non fatelo più”. Ritorsioni zero.

D.:  Ma non tutti gli islamici sostengono la jihad, né sono terroristi!

Certamente  e fortunatamente vi sono islamici di pasta differente. «Non in nome dell’islam si possono compiere attentati», ha affermato il vicepresidente del Consiglio superiore sciita, Abdel Amir Kabalan, «l’islam condanna ogni attentato o aggressione contro la persona umana».  Purtroppo tali voci sono piccoli rumori nel deserto. Per i cristiani le difficoltà della vita in Iraq non sono un caso.  Secondo Yusef  Mirkis, capo della chiesa domenicana in Iraq, «questa era un’operazione pianificata da molto tempo; basta guardare gli esplosivi e le armi e si capisce che non poteva essere organizzata in un paio di giorni».

D. Quali prospettive vede per il futuro?

Quando penso che un uomo pio e santo come Bernard de Clairvaux, dottore della chiesa, ormai esasperato dalla assoluta sordità del mondo islamico di fronte alle proteste per i continui massacri di pellegrini, di fedeli  inermi, la cui unica colpa era quella di andare a pregare a Gerusalemme, giungeva a teorizzare il concetto di “malecidio”, comprendo l’attualità ed il ruolo del nostro Ordine.

Riportiamo l’intervista concessa nel novembre del 2009 da Padre Sergio, eremita sulle Alpi marittime, al giornalista Alberto Burzio (Barba Bertu). L’intervista è avvenuta a Marmora, nella casa monastero in cui il padre vive in solitudine da oltre trenta anni, a quasi 1600 metri di quota.    

Padre Sergio De Piccoli, monaco benedettino, eremita.

 

In un magnifico angolo della Valle Maira, baciato dal sole in tutte le stagioni, c’è la Biblioteca più alta d’Europa, a 1.580 metri di quota. Lui; Padre Sergio De Piccoli, è un monaco benedettino con tre lauree. Non fa la spesa ma ha sempre mangiato finora, grazie alla Provvidenza. La vecchia canonica dove vive è scaldata solo in cucina, il monaco dorme nella stanza gelida a volte come il ghiaccio. Piuttosto resta senza mangiare, se un povero gli bussa alla porta. Padre Sergio De Piccoli è nato il 7 gennaio 1931, vicino a Pavia. 

I suoi genitori cosa facevano?
«Mia mamma faceva la casalinga e da giovane la mondina, nelle risaie. Mio padre era tipografo e rilegatore, e di qui è nato il mio grande amore per i libri». 

Eravate tanti figli?
«Io ero il quinto, la povertà l’abbiamo conosciuta, mancava anche il pane». 

Quando è nata in lei l’idea della vocazione?
«Da ragazzo sono andato a vedere la Certosa di Pavia, e sono stato colpito dalla povertà assoluta delle celle dei monaci. Fra me ho pensato: “Che solitudine, che bella questa vita solitaria e a contatto con la natura». 

Poi cosa è successo?
«Ho fatto il militare ad Aviano fra i carristi e in quel periodo ho capito certe bestialità della vita: i soldati pensano solo al sesso e alla tavola. Finito il militare, sono tornato a dare una mano a mio padre». 

E poi?
«Nell’autunno del 1955, ho deciso. Nessuno dei miei genitori andava in chiesa, io un giorno sono andato a bussare alla porta dei Certosini di Lucca e dopo ho scritto ai miei. Poi i Certosini mi hanno consigliato di andare dai Benedettini a Roma e addirittura mi hanno pagato il biglietto del treno. E sono restato all’Abbazia di San Paolo per tanti anni». 

Chi è il monaco?
«Il prete fa il parroco, il monaco resta sempre in monastero, ad accogliere. Noi facciamo anche il voto di stabilità. Non abbiamo un superiore generale, ogni monastero è autonomo, compreso il mio qui a Marmora». 

Lei a Roma, dove è stato fino al 1972, aveva incarichi importanti?
«Sono stato maestro dei novizi e sacrestano della Basilica patriarcale: Di novizi ce ne erano pochi e parecchi fra di loro non erano seriamente motivati, per me non è stata una grande esperienza. Dopo il Concilio Vaticano Secondo, io non stavo bene a Roma, l’ambiente non mi soddisfava. Il Concilio esortava a “ritornare alle fonti” e con due miei fratelli (padre Luca e padre Ireneo) siamo partiti per Giaveno, in montagna, dove siamo stati per sei anni, fino al 1978». 

Come mai è arrivato a Marmora?
«Uno dei miei fratelli monaci era di Pinerolo e mi ha indicato questi luoghi. Sono andato dal parroco di Dronero e gli ho spiegato che cercavo un posto isolato. Appena sono arrivato a Marmora, il 18 aprile 1978, mi sono innamorato di queste montagne . Don Enrico Minotti era parroco, ma non abitava qui».  

interno della parrocchia di San Massimo in Marmora

La filosofia sua quale è?
«E’ quella dell’accoglienza, e ho sempre accolto anche persone in difficoltà». 

Come passa le sue giornate?
«All’insegna dell’ “ora et labora”. Mi alzo tardi, alle 6 del mattino, per via dei problemi alle gambe. Prego e lavoro in Biblioteca. Tutti i giorni celebro la Messa, il più delle volte non c’è nessuno e questo mi pesa un poco. Con i montanari ho rapporti buoni, vanno poco in chiesa ma mi vogliono davvero bene». 

Il Dio in cui lei crede come è?
«E’ il Dio misterioso, che nessuno ha mai visto. Ma io sono sicuro che c’è». 

Quanti libri ci sono nella sua Biblioteca?
«Sono più di 54 mila e 900, io amo i libri e il collezionismo. Nella mia Biblioteca ci sono tutti i tipi di volumi. La Biblioteca è aperta agli studiosi. Tutti i libri sono archiviati nel computer, oggi però mancano gli spazi e gli ultimi arrivi sono ammucchiati, nella vecchia casa canonica». 

Che fine farà la Biblioteca?
«Ho già fatto una donazione al Comune di Marmora, che si è impegnato a costruire un edificio per ospitare tutti i volumi». 

Perchè ha messo le campane?
«Sono sei campane grosse in bronzo, le ho messe nel 1991, io amo la musica». 

Nell’arco della sua vita non ha mai sentito l’esigenza di farsi una famiglia?
«Raramente. Non mi manca una famiglia mia». 

Le donne le piacciono?
Padre Sergio ride: «Certo che le noto. A volte ci sono state delle tentazioni, la rinuncia non è stata sempre facile, ma io ce l’ho fatta». 

Alla sua veneranda età, l’idea della morte la sfiora?
«Certo! Ma non ho paura, perché la morte è andare con Dio. Si può morire a qualunque età e bisogna sempre essere pronti». 

Cosa pensa della Chiesa Cattolica?
«Non è fatta solo di santi, ci sono uomini e donne che peccano. E’ santa e peccatrice. Io non sarei sfavorevole a permettere ai preti di sposarsi, perché il celibato è una istituzione dei monaci, non dei preti». 

Le donne contano nella Chiesa?
«Dopo il Concilio Vaticano Secondo, la Chiesa ha considerato di più le donne». 

vista delle alpi dal sacrato della chiesa di San Massimo

Papa Benedetto XVI le piace?
«Questo non me lo deve chiedere, perché io non guardo la tv, non ascolto la radio, non leggo i quotidiani (se non quelli che ogni tanto qualcuno mi porta)». 

La vita è bella?
«E’ bellissima, perché si vive! Io sono un monaco felice e fortunato, ho tutto quello che desideravo, sono riuscito a realizzare i miei sogni». 

 

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