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apr
25

La Fenice

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La Fenice è un uccello mitologico la cui peculiarità è dovuta al fatto di potere rinascere dalle proprie ceneri dopo la morte. Viene spesso chiamata Araba Fenice in quanto lo storico greco Erodoto, tra i primi ad occuparsi della Fenice, la descrive così:
Un altro uccello sacro era la Fenice. Non l’ho mai vista coi miei occhi ma solo dipinta, poiché è molto rara e visita questo paese (così dicono ad Eliopoli) ad intervalli di 500 anni: giunge dall’Arabia in occasione della morte del suo genitore ed è accompagnata da un volo di tortore. Porta con sé i resti del corpo del padre imbalsamati in un uovo di mirra; poi lo deposita sull’altare del dio del Sole e lo brucia. Le sue piume sono per una parte di color oro brillante, e per il resto rosso-regale (un rosso acceso). E per forma e dimensioni assomiglia più o meno ad un’aquila”.

La fenice, detta anche araba fenice.

Gli antichi egizi furono i primi a parlare di Benu (Benhu), l’uccello sacro che poi i greci chiameranno Fenice. Si trattava di un uccello dalle sembianze intermedie tra un airone ed un’aquila, dai colori sgargianti rosso ed oro. Possedeva lunghe zampe ed una coda con tre piume, una rosa, una azzurra ed una rosso fuoco. Questo uccello, riportato come la prima creatura al mondo, si sarebbe posato sulla collina primordiale di fango. Esso era considerato l’immagine del dio sole. Era onorato particolarmente a Heliopolis e si dice apparisse solo una volta ogni cinquecento anni. 
Il nome di Fenice deriva da una parola greca “phoinix” che significa rosso porpora. Il rosso, oltre ad essere un colore sgargiante, è anche simbolo di fuoco e ciò si collega al mito della sua incessante rinascita dalle fiamme purificatrici.

Gli ebrei chiamano la Fenice con il nome di Milcham. Secondo la mitologia ebraica dopo che Eva si rese colpevole d’aver colto il frutto dell’albero della conoscenza, ella in preda all’ansia per avere disobbedito a Dio invitò tutte le creature presenti nell’Eden a cibarsi del frutto proibito. Solo l’uccello Milcham resistette alla tentazione. Fu così che ricevette come ricompensa dall’Angelo della Morte il dono di non provare mai l’esperienza del morire. Milcham poi si recò in una città tranquilla dove visse per mille anni senza timore di morire. Infatti Milcham vive mille anni. Al termine di questo periodo il suo nido prende fuoco e l’uccello brucia. Si salva un solo uovo, che diventa un pulcino, per crescere e vivere per altri mille anni.

In Giobbe (38:36) sta scritto: “Chi ha elargito all’ibis la sapienza o chi ha dato al gallo intelligenza?” L’interesse del biblista in questo uccello, che qui viene definito come Ibis, è probabilmente legato al fatto che esso veniva identificato come simbolo della sapienza divina.

La Fenice in una immagine medioevale.

Successivamente la Fenice è stata legata in modo simbolico alla figura di Cristo presumibilmente per via del fatto che tornava a manifestarsi 3 giorni dopo la morte. La Fenice è stata adottata come simbolo paleocristiano di immortalità, di resurrezione e vita dopo la morte. Nell’iconografia cristiana la Fenice è anche opposta per antonomasia al peccato in quanto il fuoco purificatore con il quale da un lato muore e dal’altro risorge è simbolo di rinascita e di purezza.

Anche Dante Alighieri si è occupato della Fenice che descrive nel XXIV Cantico dell’Inferno (107-111):
“che la fenice more e poi rinasce,
quando al cinquecentesimo appressa
erba né biada in sua vita non pasce,
ma sol d’incenso lacrima e d’amomo,
e nardo e mirra son l’ultime fasce”.

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Nella Bibbia l’agnello identifica il simbolo sacrificale per eccellenza. Basti ricordare il celebre passo in cui Abramo opta per immolare l’animale in luogo del figlio Isacco. Nel Cristianesimo questo episodio viene traslato nella figura del Cristo il quale diventa lui stesso agnello, sacrificato senza colpa per la salvezza dell’Umanità intera. Nella religione cristiana l’agnello è anche utilizzato come emblema degli apostoli e in genere di tutti  gli innocenti immolati, martirizzati senza colpa.

Ancora oggi Ebrei e Cristiani usano almentarsi ritualmente nel giorno della festa di Pesah (o del Passaggio) e della Pasqua cristiana con questo animale (l’agnello) che assume così un significato simbolico e religioso.

Nella iconografia medioevale cavalleresca della Paupera Militia Christi un posto centrale è occupato dall’Agnello trionfale. L’Agnello è rappresentato con il capo rivolto all’indietro e con lo zoccolo destro che trattiene il vessillo della croce, simbolo di martirio ed al tempo stesso di Risurrezione.

L’Agnello altro non è che il Cristo risorto e trionfante. L’Agnello/Gesù che era stato immolato è risorto, per la salvezza dell’umanità.  Egli trionferà al di sopra del bene e del male rappresentati dal punto di vista del colore come l’eterno dualismo del bianco e del nero.

Sigillo della Paupera Militia Christi

L’Agnello/Gesù avanza con il capo rivolto all’indietro. Egli non ha necessità di guardare innanzi giacché lui conosce bene la strada che porta nei celi. Guarda invece con attenzione, in modo amorevole e caritatevole allo stesso tempo il suo gregge. Per coloro che non riescono a capire/vedere che è l’agnello la nostra vera guida egli agita un vessillo, il vessillo della croce. L’Agnello/Gesù inoltre non è statico, fermo ma in cammino come il suo popolo e con il suo sguardo mite ci invita a seguirlo.

Nell’Apocalisse (21, 22-26) viene riportato che : …(la Gerusalemme celeste) “ non ha bisogno del sole né della luna che risplendano per essa; perché la gloria di Dio l’ha illuminata e la sua lampada è l’agnello….. e le sue porte non saranno chiuse di giorno; perché non ci sarà notte colà ”.

L’Agnello è al tempo stesso simbolo di Luce. La luce spirituale che l’Agnello emana è guida nella notte per tutto il suo gregge. Non a caso in diverse chiese l’Agnello veniva scolpito sui portali od in posizione elevata. Secondo San Bernardo dall’Agnello proviene così tanta Luce ed in modo così incessante da potere creare un “eterno solstizio“.
Sempre dall’Apocalisse (22,1) impariamo che alla fine dei tempi il posto di Gesù Cristo ovvero l’Agnello non sarà più quello alla destra di Dio padre ma addirittura sul trono che per l’appunto si chiamerà il “trono di Dio e dell’Agnello”.

Dobbiamo pertanto abituarci a considerare Gesù (il Figlio) non solo più come il rappresentante, l’inviato di Dio padre ma come tutt’uno con il padre. Ed è per ciò che egli avrà a disposizione, a pieno titolo, lo stesso trono del Padre.  Alla fine dei tempi Gesù Cristo riceverà atti di “adorazione vera e propria”.

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Al Pellicano, uccello di colore bianco dal caratteristico lungo becco adunco,  presente in Europa orientale, Asia sud-occidentale ed in Africa, si attribuisce un importante significato allegorico. Esso è stato utilizzato come forte simbolo di amore filiale, carità e devozione filiale totale, capace di arrivare al sacrificio estremo. La ragione di ciò la si deve al fatto che il pellicano, nel momento in cui fornisce ai suoi piccoli il cibo contenuto nella sua ampia sacca presente sotto il becco pare donare loro le proprie carni a nutrimento. In realtà, fu la posizione ricurva del becco verso il petto, favorevole alla apertura della sacca contenete i pesci pescati da donare alla prole, a dare vita alla credenza che il pellicano si squarciasse il petto per nutrirli addirittura con il proprio sangue.

Il pellicano della simbologia templare nutre la prole con il proprio sangue

E’ probabile che la credenza abbia origine remote sia per l’assonanza del nome dell’uccello con le parole greche e sanscrite relative all’ascia (“pelekus” e “paraçu” rispettivamente), oggetto simbolico del sacrificio di sangue,che per l’analogia di forme tra la linea del becco e la linea di taglio dell’ascia. Il pellicano, simbolo dell'amore incondizionato pronto al sacrificio

Gli antichi greci chiamavano il pellicano Onocrotalo, a causa del suo suo particolare verso “krotos” con qualche somiglianza al raglio di un asino.

Il Poeta Dante, nella sua Divina Commedia ( Paradiso canto XXV, 112-114 ) dinnanzi all’Apostolo Giovanni si riferisce a Cristo chiamandolo il “nostro Pellicano” :  «Questi è colui che giacque sopra’l petto del nostro Pellicano, e Questi fue di su la croce al grande officio eletto».

Il pellicano si presta  ad una duplice simbologia: da un lato è inteso come immagine di Cristo che si lascia crocifiggere e dona il suo sangue per redimere l’umanità, dall’altro come immagine di  Dio Padre che sacrifica suo unico Figlio facendolo risorgere dalla morte dopo tre giorni.

 Nella simbologia templare il pellicano, pur comparendo solo una volta nell’Antico Testamento (Salmi, 102.7) e pur non essendo mai citato nei Vangeli, è unsupremo simbolo di amore, fedeltà, carità; esso è la rappresentazione simbolica del Cristo sofferente, con il petto squarciato. Il collegamento col simbolo cristiano del Sacro Cuore di Gesù è evidente. Il sacrificio del Maestro, atto supremo di amore e carità, è per tutti i cavalieri del VEOSPSS e della Cavalleria di Cristo fonte incessante di perfetto amore, di vita esemplare e di nutrimento spirituale.